Ecco la birra della Valnerina: per Natale profuma di pampepato

Immaginate una sera d’inverno in Valnerina, nel bel mezzo dell’Appennino. Una di quelle sere di fine autunno, fredde e brumose, con la nebbia che scende giù dai monti come una cascata di nuvole. Meglio stare chiusi in casa, accendere il fuoco e iniziare a bere qualcosa, nell’attesa della cena.

Ma siccome in Valnerina, come lungo tutto l’Appennino, non sempre le cose sono rimaste tali e quali a cent’anni fa, invece del vino, novello o cotto che sia, possiamo iniziare col bere una birra. Che poi pare che a dare il nome alla birra sia stato proprio il verbo latino bibere

Di certo la grande diffusione di questa bevanda, antica come la civiltà, nei secoli scorsi ha riguardato altri territori piuttosto che quelli appenninici, seppur con qualche eccezione. E però dalla fine degli anni Novanta c’è stata una piccola rivoluzione culturale. In Italia sono nati centinaia di birrifici, piccoli, piccolissimi, medi, ma ognuno legato al suo territorio. E se poi il territorio è uno di quelli che hanno sapore, allora anche le nuove birre ne sono state contagiate.

In Appennino sono tanti i birrai giovani che arricchiscono le proprie produzioni con gli ingredienti della tradizione locale. Ma qui, davanti al fuoco, siamo a Ferentillo e la birra inizia a parlare con la lingua locale. Ci racconta storie molto, molto antiche: di Feronia, che è una birra ad alta fermentazione, cruda, ma che porta il nome della divinità italica protettrice dei boschi e delle messi, onorata in un lucus sulla sommità del colle dove venne fondata la vicina Narni, sopra lo stesso fiume Nera che scorre qui accanto.

Cambiamo bicchiere, cambiamo birra e cambiamo storia, salendo su per i secoli fino all’Alto Medio Evo, con Ursus. Che è una birra ambrata e che svela diversi segreti. In primo luogo il nome del birrificio locale. Perché Ursus era un Magester, un maestro scultore e incisore e Magester è il nome del birrificio di Ferentillo.

“Il nostro nome e logo – dicono Giovanni Ridolfi e Andrea Mangione – sono un omaggio alla civiltà longobarda. Sono un’interpretazione di elementi presi dalla Lastra di Ursus, un bassorilievo che sta nell’abbazia di San Pietro in Valle a Ferentillo, la chiesa-mausoleo dei Duchi Longobardi di Spoleto.

“Così il nome Magester è ripreso dall’iscrizione “Ursus Magester Fecit” ovvero “Il maestro Urso l’ha fatto”. Il Maestro longobardo, che con sapienza ed esperienza è riuscito a produrre qualcosa apprezzato nei secoli, è per noi esempio e aspirazione da imitare quotidianamente nella nostra professione di birrai”.

Arriva la cena, innaffiata con altra birra e, alla fine, arrivano pure i dolci che approssimandosi il Natale, non possono che essere quelli tipici di qui: il pampepato, prima di tutto. E viene fuori la sorpresa, con lo stesso fragore del gran finale di un’opera ben orchestrata.

Magester ha creato la birra adatta per il pampepato, anzi la birra al pampepato. Non facilissimo, certo, considerato che si tratta di legare la birra a un dolce-piccante.
“Ci siamo ispirati ad una versione di Christmas Ale Belga, naturalmente del tutto nostra e personale”.

Per produrre la birra pepata a Ferentillo hanno dovuto fatto un’alchimia: caffè, mieli e mosto cotto (provenienti da aziende locali), fave di cacao, uvetta, nocciole, bucce d’arancia e pepe.

Il risultato è una birra tosta color mogano, da 7,5 gradi alcolici, perfetta per riscaldare le fredde sere invernali e accompagnare dessert natalizi e al cioccolato, da assaporare davanti alla brace del camino.

E in fondo, se questa è un’epoca in cui è in corso un tentativo di espropriare la nostra immaginazione, attraverso gli schermi e la rete che ci impongono un mondo immaginale lontano anni luce dal nostro, con l’illusione che sia lì a portata di mano, o di mouse, cosa c’è di meglio se non restare tra le brume della Valnerina e percepirne i sapori attraverso il medium di una birra che ne ha assorbito e trasfigurato in gusto gli elementi essenziali?

Anche questa è una piccola magia appenninica, da cogliere soprattutto se si è ebbri, un colpo da magister, o quanto meno da mastro…birraio!

Gian Luca Diamanti

Giornalista professionista

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