I miracoli di Sant’Antonio, druido appenninico

Ne fa di miracoli Sant’Antonio. Tra le nostre montagne “lu nemico de lu demonio” è capace di mettere insieme egiziani, deserti africani, verdi e brillanti prati irlandesi, cinghiali, maialini cintati e scrofe con il campanellino, druidi, divinità celtiche, il mago Merlino e nostrani santesi e fuochi rituali.

Il 17 gennaio sulla ruota del tempo, nel ciclo dei giorni dell’anno, il calendario segna la sua festa. Una ricorrenza tra le più sentite nel mondo arcaico e rurale d’Appennino, almeno fino a una sessantina d’anni fa; una giornata speciale e quasi dimenticata, della quale, tuttavia, gli echi arrivano fino ai nostri giorni, con il rito degli animali benedetti sui sagrati delle chiese.

Certo gli animali da far benedire oggi non sono più come quelli descritti da Goethe nel suo viaggio in Italia, davanti alla chiesa di Sant’Antonio di Roma, non le pecore, i cavalli, o le vacche infiocchettate. Non il maiale da sacrificare, con un’uccisione quasi rituale che nell’ideale agenda dei nostri antenati era in programma proprio in questi giorni. Non i muli con le some cariche di legna da regalare ai parroci nei paesi dell’alto Appennino, per farli riscaldare nel periodo più freddo dell’anno, in cambio di pagnotte benedette.

Magari oggi in chiesa portiamo solo il cagnolino da passeggio, o il siamese da salotto. Ma non possiamo dimenticare che Sant’Antonio Abate, quello nato in Egitto nel secondo secolo e ritiratosi nel deserto per combattere le tentazioni del demonio sbeffeggiandolo ripetutamente, è tante cose insieme.

Sant’Antonio Abate è l’archetipo dell’asceta, con la sua lunga barba bianca, che tanto piacque alle popolazioni celtiche del Nord della Francia dove vennero traslate le sue spoglie mortali e poi ai Celti cristianizzati d’Irlanda. Perché, in buona sostanza, Sant’Antonio ricordava loro l’immagine del druido, di Merlino-Myrddin accompagnato dal cinghiale, o addirittura quella del possente dio Lug.

Fu dunque così, forse, che l’iconografia del Sant’Antonio egizio si arricchì di un piccolo cinghiale. Tornando in Italia, il cinghiale, considerato per la sua selvaticità simbolo del demonio, o dei demoni pagani, venne trasformato in un più innocuo maialino. Ma nel bel mezzo dell’Appennino, in Valnerina, nei pagi, siccome c’era sì il cristianesimo, ma fino a un certo punto, il maialino ai piedi di Sant’Antonio, negli affreschi delle chiese in alcuni casi è nero, in altri è cintato.

Sempre in Appennino, nei paesi, succedeva che annualmente un maiale (sus maialis), animale sacro a Maia bona dea della terra e dei raccolti invocati nelle Feriae Sementivae di gennaio, venisse dedicato a Sant’Antonio. Il maiale di Sant’Antonio era riconoscibile grazie a un campanellino, lasciato libero di girare per il borgo, nutrito e rispettato da tutti.

L’anno successivo, sempre nel giorno di Sant’Antonio, ci racconta Mario Polia grazie alle testimonianze raccolte nell’Appennino umbro-marchigiano-laziale, il maiale con il campanellino, cresciuto e pasciuto, era assegnato a sorte, vinto e sacrificato.

Era l’Appennino degli allevatori, che in gennaio accudivano nelle stalle gli animali produttivi, pecore, vacche e galline, ma potevano permettersi di uccidere il maiale, che con il suo sacrificio, forniva a tutte le famiglie una bella riserva di carni, insaccati, prosciutto e salsicce sufficiente a superare l’inverno che entrava nel vivo.
Viva Sant’Antonio, dunque, e vivano i suoi animali, con l’eccezione – purtroppo per lui – del maiale, che finisce conservato in cantina, oppure in tavola. E quale occasione migliore allora per una bella mangiata comunitaria?

Il pranzo di Sant’Antonio nei borghi delle Marche, dell’Umbria, del Lazio e dell’Abruzzo era rinomato e proverbiale, tanto da essere atteso da un anno all’altro. E di anno in anno si eleggevano i santesi, due uomini del paese che s’incaricavano di organizzare il successivo pranzo di Sant’Antonio, anche attraverso le questue, usanza che stimolava una modalità di vita comunitaria e partecipata, purtroppo in gran parte anch’essa dimenticata.

Dimenticati o quasi sono pure i suoi santuari terapeutici, come quello di Polino, scavato nella roccia, oppure i fuochi d’Appennino, intorno ai quali, per Sant’Antonio Abate si ritrovavano i paesani, fossero i faoni dei Sibillini, oppure le farchie di Fara Filiorum Petri, sempre in onore dell’abate che curava il fuoco dell’herpes, o magari di Lug, dio della luce e del fuoco con il suo cinghialino, chissà!
Miracoli e misteri appenninici.

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