Il lungo volo di Feronia

Quando i luoghi erano animati, ogni cima era abitata da una divinità. Forse gli dèi ci sono ancora, ma si nascondono ai più. Così, se dalla vetta di un monte giriamo lo sguardo intorno, magari non possiamo scorgere il nume, ma – con un po’ d’attenzione – ne percepiamo ancora l’aura.
Difficile? Forse no, specie se si sa cosa cercare e la disposizione dell’animo è giusta.

Feronia era una divinità straordinaria tra le centinaia che popolavano i cieli, i boschi, le fonti e l’immaginario dei popoli dell’Italia appenninica.

Feronia ha un nome che evoca le fiere (Ferae) e il ferino. Era la dea multiforme della natura selvaggia, ma anche della fecondità e delle profondità, delle acque salutari, delle messi, degli schiavi liberati e degli animali. Da Terracina e dal tempio di Giove Anxur fino a quello di Largo Argentina a Roma, fino al Lucus Feroniae presso Capena e fino al Soratte, la grande nave degli dei, il monte-altare intermediario tra il Tirreno, Roma e gli Appennini, la dea agrorum et inferorum era onorata con grande rispetto, in luoghi speciali e straordinari.

Il nume tutelare del Soratte è Sorano, Apollo Sorano (che deriva dal sanscrito sūra-sole): Feronia ne era divinità paredra, il suo culto era cioè associato a quello di Sorano, sedeva accanto al dio della luce e delle cavità sotterranee, quelle grotte dove si celebravano i culti magici e sciamanici degli irpi sorani, uomini travestiti, metà lupi e metà capre, che camminavano scalzi sopra i bracieri ardenti.

Fons Feroniae a Narni

Di Feronia troviamo ancora tracce sicure sulla cima del colle di Nequinum, Narnia/Narni e siamo già in Umbria, ma in territorio Sabino. Qui le era dedicato un lucus, un bosco sacro di lecci presso una fonte. Quel bosco doveva essere un luogo potente, tanto che i cristiani pensarono fosse necessario bruciarne gli alberi. Il luogo ne mantenne però la memoria con il nome di Macchia Morta e la sorgente restò la Fons Feroniae, riconosciuta e cantata alla metà del Quattrocento dal poeta ungherese Janus Pannonius, di passaggio a Narni, incantato dalla sua aura…

Sacri fontis ave, mater Feronia, cuius felix Paeonias Narnia potat aquas (…)

Feronia fa parte dei Di Indigetes, delle divinità indigene, non importate dai Romani. Per questo è immaginabile che il suo cammino si sia mosso dall’interno all’esterno, dal cuore dell’Appennino, dall’anima più profonda delle terre dei Sabini, verso Roma e la costa tirrenica, scorrendo come il Tevere, o forse – secondo un’ipotesi più suggestiva – volando di monte in monte, di cima in cima.

Il monte Soratte dipinto da Corot

…Feronia è anche la figura di una dea i cui poteri sono ai più sconosciuti e manifesti unicamente attraverso i propri paredri o gli animali sacri a lei dedicati. Primo paredro della dea è Marte, dio del primo mese dell’antico anno romuleo. Il Marte romano è un dio principalmente legato al ciclo delle messi; egli è difatti dio dei campi e del raccolto (exercitus) ed in quanto tale dio del cibo, oltrechè divinità guerriera, garante di quel ciclo di vita, morte e rinascita, impetuoso ed irruento come la forza degli elementi a cui sovrintende. Secondo paredro di Feronia è Apollo Sorano, dal santuario di questa divinità sul monte Soratte…
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Sulla cima più alta e più meridionale dei monti Martani, i monti dedicati a Marte, al confine tra l’Umbria e la Sabina, ci sono i resti ancora imponenti di un grande tempio italico a 1120 metri d’altezza. Di qui si scorgono chiaramente, verso Sud, il colle di Narni con la Fons Feroniae e la cima del Soratte.

Il tempio del monte Torre Maggiore sui Martani

Tra le pietre di questo luogo sacro dei Martani, meta di grandi e antichi pellegrinaggi, il cui tempio principale era collegato alla sottostante cavità naturale, è stata rinvenuta una testa di donna in pietra calcarea, una divinità non ancora individuata, accanto a molte statuette bronzee di Marte gradiente. Di qui lo sguardo si posa su un ampio anfiteatro di monti: il Terminillo sacro al dio Terminus, i monti di Spoleto con Giove Summano e il Fanum Fugitivi, dov’è ancor oggi l’importante valico della Somma, i misteriosi Sibillini e così via, gli altri monti del centro Italia, con le loro grandi madri, a cominciare dalla più antica, la dea Cupra.
L’occhio attento non percepisce dunque solo uno splendido panorama, ma una geografia sacra.

Come nacquero anticamente i primi luoghi sacri? (…) L’argomento è trattato ampiamente da Platone nel libro “Le leggi”. Il filosofo spiega nel dettaglio quali fossero gli indispensabili requisiti perché un sito fosse considerato sacro: non dipendeva dalla libera scelta degli uomini, ma da specifiche caratteristiche e parametri che facevano sì che un certo luogo fosse già per sua natura sacro. Ovvero un luogo dove l’energia creatrice dimorasse. Si tratta di una concezione non dissimile dall’italica tradizione del Genius Loci (…)
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Marte e Apollo Sorano; i Martani e il Soratte, sentinelle degli Appennini verso Roma, il Tevere e il Tirreno. Le loro cime sono segnate e segnalate da templi, sono luoghi di culto, di percezione e di comunicazione, di fuochi e di passaggio.
Feronia con Apollo Sorano, poteva ben mirare a Nord la cima del monte più alto dei Martani, dove – mutando aspetto – si sarebbe accompagnata col suo primo paredro Marte?
Oltre a una Feronia Sorana, ci poteva essere anche una Feronia Martana?

Probabilmente Feronia fu una “triplice dea” (madre, vergine e anziana) associata ai tre mondi (terra, inferi e cielo). Il suo culto si deve essere attestato presso luoghi sacri a divinità a lei analoghe, ma di epoche molto più antiche; questo è il motivo per cui oggi è possibile ritrovare suoi luoghi di culto in uno strutturato contesto di geografia sacra, ovvero su una fascia territoriale segnata da allineamenti intenzionali. Allineamenti di luoghi sacri risalenti ad età remota che, in età storica, dopo i precedenti culti della terra e del sole, vennero infine consacrati con riti e l’edificazione di templi dedicati a Soranus e Feronia
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Nei mutamenti dei millenni, le linee di vetta dell’Appennino centrale, culla della civiltà italica e poi di quella romana, restano salde ad indicare la strada della perennità.

Quando il bambino era bambino, non sapeva d’essere un bambino, per lui tutto aveva un’anima e tutte le anime eran tutt’uno.
(Peter Handke, da “Il cielo sopra Berlino”)

NOTE:
1) Umberto Bianchi: https://www.mirorenzaglia.org/2011/11/il-culto-di-feronia-tra-storia-e-mistero/

2) Tages: http://www.tages.eu/feronia-e-soranus/?fbclid=IwAR3-VSqibS_bJPv5zR5Gu2xaCudA7ByCAWP4j2oXFEk8tMfJvMIQsCEFRTc

Testa di Torre Maggiore
Testa di Feronia da Terracina

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