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Di fame d’erba, di canti e di catene

C’è fame d’erba in Appennino. Appena un po’ più a Sud, nel parco nazionale d’Abruzzo, a Pescasseroli. Qui, tra una foto e l’altra dei Vip che ne fecero un centro di villeggiatura à la page negli anni Settanta, (ora orgogliosamente in mostra lungo le vie del borgo) l’inizio di giugno porta in piazza una fiera ben poco sciccosa, fatta di racconti delle nonne e di caciocavallo, di forni d’argilla e di tessitrici, di grance e poesie, di pecorini, mieli, pastori, organetti e ciaramelle.
Fame d’erba (che è il titolo di una interessante iniziativa di PescasserolièW) e voglia di intonare un nuovo canto d’Appennino, forse il canto del ritorno, quello di cui parlava Paolo Rumiz nel suo reportage dal cratere del terremoto appena un paio di mesi fa.

Voglia di tornare
Che ci sia voglia di ritornare ad una vita d’Appennino non è una novità. La novità e che ora la voglia potrebbe trasformarsi se non in necessità, quantomeno in opportunità per tanti giovani che non si nutrono più delle certezze urbane.

Cedendo la strada agli alberi
C’è un poeta, Franco Arminio, paesologo, che anche qui a Pescasseroli ripete il suo credo: il romanzo della natura è molto potente e noi siamo delle note a margine. Dice che bisogna cedere la strada agli alberi (quasi echeggiando l’invito di Ezra Pound ad imparare dal “mondo verde” quale sia il nostro posto). Dice ancora, il poeta dell’alta Irpinia, che abbiamo bisogno di contadini, di gente che sa fare il pane e riconosce il vento, e chiede ai ragazzi del Sud di uscire ad ammirare i paesaggi, li sprona a “prendersi le albe, non solo il far tardi”.

La centralità della marginalità
Parole di rivoluzione, non dal basso, ma dai margini. Perché Arminio crede nella centralità della marginalità. Crede nei paesi, crede nel progetto dell’Appennino. “Bisogna ripartire da qui, qui c’è il sacro che ci rimane, può essere una chiesa, una capra, un soffio di vento, qualcosa che non sa di questo mondo, né di questo tempo”.

Caciocavallo per riabitatori
Il caciocavallo di Alessio Mastromonaco, ad esempio, non sa di questo mondo e di questo tempo, non ne ha il sapore preconfezionato e standardizzato. E’ ancora giovane, Alessio, e insieme al cacio sul suo banco in piazza a Pescasseroli c’è anche un libricino che s’intitola “Paesi che sognano – Piccolo decalogo del riabitare”.
Bello! Ma l’hai scritto tu?
Mah… – si schernisce – io faccio il formaggio, in quanto a scrivere ci provo solo…
Alessio Mastromonaco sta tra i monti del Matese, nel misterioso Molise, in un paese che ha un nome da favola, Guardiaregia.
Alessio scrive “ai cercatori di luoghi”, agli “aspiranti riabitatori”, proponendo un Appennino di paesi e di uomini.
Ricorda a tutti noi che se la modernità ha travolto la vita montana e contadina, allo stesso tempo ne ha ucciso anche le tare, i difetti, i tanti limiti che si trascinava dietro da secoli. Se si volesse ricostruirne una nuova di identità montana e contadina, potremmo ripartire avvantaggiati, senza zavorre.

Controcorrente, ma per altre vie
Lo dice perfino il presidente del parco d’Abruzzo Antonio Carrara rivolgendo anche lui un appello ai ritornanti: “La via non è quella di tornare a come era prima”. “Restare è una strada controcorrente: la tendenza è ancora nella direzione delle grandi aggregazioni urbane senza farsi cura della necessità di un cambio nel modello di sviluppo”. Per chi sceglie la dura via dei monti però “occorre provare ad interpretare la tradizione in termini moderni”. Una missione difficile, non impossibile. Definitiva però, perché “il mondo si salva se noi salviamo questi territori”.

Cura, attenzione e consapevolezza
Cura e attenzione sono le parole risuonate in quest’incontro appenninico. Cura per la ricchezza dell’Appennino, per la sua biodiversità e per la qualità unica che ne può derivare. Attenzione e consapevolezza, nell’abitare questi luoghi, nell’acquistare e nel consumare i loro prodotti. Nel fare agricoltura con fatica e onestà, senza essere coltivatori di contributi…
Consapevolezza di abitare la fragilità e la bellezza, come ha detto il presidente di Federtrek Paolo Piacentini, che a piedi ha percorso di recente i sentieri del terremoto. Occorre cambiare il modo d’abitare le aree montane dove si può e si deve tornare, ma non si deve necessariamente ricostruire com’era e dov’era.
E poi Piacentini ha detto altre cose rilevanti: serve una nuova alleanza tra città e montagna, chi sta in città deve capire come le risorse di biodiversità che ancora consentono la vita a valle, vengano dalla montagna. “Dobbiamo conoscere il territorio e il paesaggio che ci avvolgono”, per tutelarlo. “I nuovi abitanti dell’Appennino devono essere consapevoli di questo e utilizzare tutti gli strumenti della modernità per sviluppare il nuovo modo di abitare la montagna e di prendersene cura con amore”.

L’importanza di fare rete
La natura non è cattiva, dice Piacentini. Spesso è indifferente, però. Come ben sa Maria José Moraza, una donna basca da tanti anni in Italia, nel teramano con il suo compagno, impegnata nella complicata impresa di fare agricoltura in Appennino (nella Fattoria Gioia) contro nevicate ordinariamente eccezionali, frane, smottamenti e burocrazia. Lei dice che ora ha capito l’importanza di fare rete, dell’aiuto reciproco, mentre non capisce perché lo stato e le istituzioni non vogliano investire sulla rinascita dell’allevamento e dell’agricoltura in Appennino.

Il canto delle comunità e la catena
Franco Arminio, il poeta paesologo, invita i ritornanti in Appennino e i loro simpatizzanti a cantare. Il canto fonda la comunità, ma questa è una comunità provvisoria e il canto corale non viene bene, neanche se s’intonano le note abruzzesi di Vola, vola, vola. Ci fosse stato Giovanni Lindo Ferretti, che pure era stato invitato, ci avrebbe forse provato con il Te Deum. Ma neanche quello è il canto corale d’Appennino.
DisCanto storico gruppo folk abruzzese, ci provano con uno sfrenato saltarello e con le bellissime canzoni dei pastori (che è sempre meglio non sposare!).
Ma tra il piccolo popolo ritornante non c’è ancora un’unica comunità, forse non ci sono neanche le comunità. Non ci sono i paesi, né quelli nuovi che ancora si devono fare, né quelli antichi spopolati, crepati e scaricati.
Oppure ce ne sono già mille di nuove comunità, ma stentano a riconoscersi. Come gli antichi popoli che su queste montagne, regno della biodiversità, inseguivano i propri animali totemici disperdendosi per cime, forre e valloni, con spudorata selvatica semplicità. Salvo poi ritrovarsi tutti insieme, qui vicino, a Corfinio per combattere (sfortunatamente senza riuscire a vincere) il primo grande omologatore, Roma.

Oggi forse è solo la catena dell’Appennino che può tenere insieme, che può legare tante esperienze diverse, eppure in qualche modo convergenti. E una volta tanto una catena potrebbe essere simbolo di libertà.

 

3 pensieri riguardo “Di fame d’erba, di canti e di catene

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