Lettera aperta all’Appennino

Sei tanto lungo che la testa non sa cosa fanno i piedi…
Caro Appennino, ti capisco. Ti capisco davvero. E sei così lungo che non è facile conoscerti tutto. Anzi, il problema è che se ti fermi in un luogo qualunque d’Appennino, rischi d’innamorarti di quello e dimenticarti il resto.

Invece tu, Appennino, sei una lunga catena e tutto tieni insieme. C’è gente d’Appennino in Emilia e c’è gente d’Appennino in Calabria. Ce n’è sul Gran Sasso, come sul Pollino, sulle colline umbre che fanno da scalandrino alle montagne e su quelle marchigiane dove si scivola verso il mare. C’è gente d’Appennino, poca, vecchia e nuova. Che resiste e che ritorna. Dovunque.


Il fatto è che frane e fame, terremoti e smottamenti, industrie e comodità, non solo t’hanno svuotato e spopolato. No, di più, t’hanno annullato e cancellato dalle mappe, tanto per attraversarti ormai bastano trafori e viadotti.

Eppure, caro Appennino, mi ricordi una terra del Nord verde come te e abbandonata come te, forse anche di più.

Eppure, caro Appennino, basta guardare una qualunque carta geografica che non riporti solo le strade e le autostrade, per capire che eri e resti la spina dorsale d’Italia. E tu lo sai a che serve la spina dorsale? A restare in piedi. Anzi, serve anche a qualcos’altro: serve a dare gli impulsi giusti a tutto il corpo.

Ti sembrerà strano, ma qualcuno pensa che tu, con le tue montagne, la tua bellezza, la tua cultura, la tua tramontana, possa, anzi debba, essere ancora la spina dorsale d’Italia ed aiutare questo nostro povero Paese a rimettersi in piedi. Anche se questa Italia ti ha abbandonato e spesso si è fatta beffe della tua gente.


Non sei solo, caro Appennino. Ne ho viste tante di persone che ti vogliono bene: poeti e contadini (spesso anche contadini-poeti), giovani che vogliono costruirsi un futuro tra le tue montagne senza dimenticare quel che di buono il progresso e la tecnica gli hanno insegnato. Gente che vuol trovare nuovi sentieri, che vuol esplorare altre esperienze, comunità che si ritrovano e comunità che nascono. Uomini e donne che ritornano, che hanno voglia di far festa, di ballare, di suonare, con le radici sotto ai piedi che si muovono in continuazione.

Come questa nostra terra che balla e che ci fa soffrire. Ma che facendoci soffrire rafforza il nostro legame d’amore.
Proprio come è accaduto per quella terra verde nel Nord che tanto t’assomiglia, terra d’emigranti, di santi e di canzoni, l’Irlanda.

Anche noi abbiamo bisogno di un nuovo canto per te, caro Appennino, di un canto corale d’Appennino. Con mille voci diverse che si uniscono, ma che debbono riconoscersi una con l’altra, come un’eco, da una valle all’altra di questa tua catena lunghissima che ci tiene uniti.

E’ difficile come gestire un allevamento di vacche; è difficile come rialzarsi dopo un terremoto devastante; è difficile come cercare di creare un lavoro in montagna quando capisci  che a valle non ci sono più speranze. E’ difficile come preferire un panorama splendido ad uno schermo sul web.

E’ difficile, ma sarebbe bellissimo. Caro Appennino aiutaci tu.

 

Lettera aperta all’Appennino, per il primo compleanno di Appenniniweb.
(foto di copertina da www.camminofrancescanodellamarca.it) 

2 pensieri riguardo “Lettera aperta all’Appennino

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