Veniamo giù dai Sibillini

Quella volta ce la facemmo tutta a piedi. E son già passati sei anni, porca vacca. È lunga, ma non lunghissima, la nostra valle. È una valle d’Appennino e dunque il fiume che la castelpercorre non ha poi così tanti chilometri da fare per arrivare al mare. Specie se poi, a metà strada, ne incontra un altro di fiume, poco più grande di lui e decidono di proseguire insieme. Sono 100 i chilometri da fare passo dopo passo, più o meno, con qualche piccola deviazione e un margine d’errore, che errare humanum est. E quella volta errammo, ma non ci sbagliammo molto: dritti alla meta dai Sibillini alla Conca ternana, da buoni vagabondi perdigiorno. Il nostro Gps si chiamava Nera. Per ritrovare la strada bastava lasciarsi guidare da lui, o da lei. Perché in fondo nessuno l’ha capito se il nostro fiume è il Nera, o la Nera. Dipende dai gusti. Si fa piacere da tutti. Uomini e donne. Magari è un fiume bisex. O forse no, visto che riceve il Velino e si accoppia con il Tevere…

E fu così che decidemmo di partire dalla sorgente, a Castel Sant’Angelo sul Nera, dove il fiume sboccia dalle più belle montagne del Centro Italia, quei Monti Azzurri celebri per leversopreci fate, le fiorite e le lenticchie. Non necessariamente in quest’ordine. Come? Dite che il nome di questo paese vi sembra di averlo sentito di recente? Per forza, è uno degli epicentri dell’interminabile terremoto del 2016.

Quel giorno lì invece Castel Sant’Angelo era il paese di sempre: un piccolo borgo sonnacchioso profumato di montagna, dove per strada – di prima mattina – s’incrociavano aria e persone pulite e i muri di pietra erano restaurati di recente con una bella calce bianca. Deve essere proprio quella stessa calce che il 30 ottobre ha prodotto una fitta coltre di polvere che sembrava nebbia, quando quelle belle case antiche e apparentemente salde come le rocce di cui sono fatte, sono venute giù per uno scrollone come mai l’avevano sentito neanche i nonni dei nonni dei nonni.

Quel giorno di sei anni fa, dunque, decidemmo d’ingraziarci lo spirito del fiume. Delegammo il meno leghista di noi a mascherarsi da leghista e ad attingere con una ampollabottiglia l’acqua del(la) Nera alla sorgente. La sacra ampolla, che per l’occasione era una vuota bottiglia di Viparo (l’amaro di fiducia della nostra città), sarebbe stata conservata nello zaino fino a destinazione. Il rito magico si sarebbe compiuto solo al termine della passeggiata. Che non era certo un’impresa sportiva, considerando anche la scarsa preparazione atletica della nostra armata Brancaleone. Era solo un modo per misurare a piedi il nostro territorio, per calpestarlo, per sentirne gli odori, per ascoltarne le voci. Perché – e questo lo sapevamo già – è solo viaggiando a piedi che si entra nell’animo di un territorio. E che ti vengono tante vesciche.

Insomma volevamo sentire (sentire!) se questa valle fosse ancora la nostra valle. Avevamo qualche dubbio, dal momento che la città che abitiamo – e che pure si trova proprio dove la valle s’allarga e prova ad aprire i suoi orizzonti (senza peraltro riuscirci pienamente), questa città dicevo, negli ultimi cent’anni ha avuto uno sguardo strabico e curvararamente si è volta verso le sue porte di ferro, verso l’imbocco della Valnerina che per molti ternani oggi non comincia, ma piuttosto finisce alla Cascata delle Marmore. Per molti, ma non per tutti. Perché poi la fortuna o la sfortuna della nostra brutta città industriale l’ha fatta proprio quel fiume che nasce da una piccola polla lì a Castel Sant’Angelo. Quanta energia ha creato questo fiume. E quante storie in questa valle! Solo che l’energia idroelettrica se la litigano ancora, mentre quella delle storie e della cultura di chi calpesta questa terra intorno al fiume morepare messa da parte.

Cercammo di ritrovarle quelle storie sghembe, grezze e veraci come la nostra gente, tra risate da perdigiorno quali siamo e riflessioni antropologiche ben poco scientifiche. Ma insomma, incontrammo guerrieri tartufari, raccoglitrici di more e impastatrici di strutto di cinghiale, feste patronali con cubiste, cultori del maiale e della sua Nutella, ovvero del ciauscolo (porco da spalmare), gente di poca cultura, ma di grande sapienza, resti di una grande civiltà contadina naufragata, o assorbita nella modernità.

E ci immergemmo in un paesaggio che oggi ammiriamo e celebriamo, ma che nel Medio Evo era uno solo uno sfondo dove far brillare gioelli d’achitettura e di fede. Ora piange il triponzocuore nel vederli ridotti in macerie, ma in quella lunga passeggiata le abbazie, le pievi, le collegiate, i romitori e perfino i lebbrosari, sembravano quasi riflettere sulle loro pietre i nostri sorrisi. O magari era solo l’effetto del nostro sudore.

Camminammo e conoscemmo, ridemmo e attraversammo, con il fiume sempre a nostro fianco. Da Visso a Sant’Eutizio, da Campi a Preci, fino alle acque puzzolenti, ma curative di Triponzo, alla confluenza con il Corno che apre la via di Norcia e di San Benedetto. Fino a Borgo Cerreto, al bianco drago ammazzato da San Felice. Fino ai canali e alle sorgenti di Scheggino e poi giù per le rocche di Ferentillo, sotto al borgo fantasma di Umbriano, Arrone, Castel di Lago e infine, dopo la grande Cascata, le condotte forzate e le fabbriche. E la città dell’acciaio, fatto più con l’acqua che con il fuoco.

Lì giunti compimmo il rito magico, gettando l’acqua della sacra ampolla (la bottiglia del vagaViparo) dal ponte al centro della brutta città, nel fiume ormai ingrossato e pronto ad avviarsi verso il Tevere e Roma. Per tutto il viaggio sperammo che questa semplice azione riportasse un po’ della bellezza dei Monti Azzurri nella nostra città. Non accadde. Però a chi ci chiedeva da dove venivamo, rispondemmo: “Veniamo giù dai Sibillini”. Non senza orgoglio.

E adesso che sono passati sei anni, siamo tutti pronti a riandar su, per la stessa strada, sugli stessi passi, per la nostra valle. Magari a dare una mano, anche con i piedi. Ad essere campo base dei Sibillini, anche in città. E allora, pensi, forse che quell’acqua santa un po’ d’effetto magico ce l’aveva.

@vagabondidellavalnerina

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