Le parole del terremoto

Se ne parla troppo. Nonostante sia difficile trovare le parole. Eppure basta amare le nostre montagne e ascoltare il cuore. Oppure conservare lucidità, come quando si sale in cima. E anche il terremoto si trasforma in tante voci sincere. Che – nonostante tutto – è un piacere ascoltare e condividere. Specie se a scriverle sono degli amici…

Una carezza per il Vettore
appennino1Nata tra i lembi: è il pensiero su me stessa che questo terremoto mi ha messo in testa. Parlo di me, nata in collina, proprio sotto la Montagna della Croce (chi è della zona conosce), praticamente ultimo lembo dei dolci Monti Martani. E’ lei che sembra passare il testimone alla Regina delle nostre valli, la Valnerina, padrona incontestabile di vette delle quali, ognuno di noi, da innamorato, conosce a menadito ogni nome e meandro. Figlia del fiume Nera, porta sulla sua preziosa corona diamanti che non brillano, se li guardi senza vedere: sono i suoi mille paesi e i piccoli borghi.
Muta nel suo aspetto, se la osservi bene metro dopo metro, mentre la si percorre. Cambia l’orografia, ma anche i profumi ed i colori a seconda della stagione. Terra che ha incuriosito Santi ed Eremiti, che qui hanno elevato anche fisicamente la loro presenza a Dio; terra d’arte, di affreschi che sui muri spesso parlano di Lei.
Nella notte del 24 agosto, smarriti ed appesi ad una tv inaspettatamente accesa alle 3.30 di notte si è parlato di Te, dei Monti della Laga, tra i quali i Tuoi monti si fondono come una scultura fatta sapientemente, ed è stato un colpo al cuore. Del Monte Vettore di Castelluccio, Norcia, Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto, Pescara del Tronto…ed a quel punto l’impulso di uscire fuori di casa, sdraiarmi pancia a terra, sì a Terra, ed abbracciarti, sussurrandoti una preghiera di pace. Chi non conosce il legame con roccia e terra intimo, quanto un seno di madre, forse non capirà. Ma questo è il mio omaggio a Voi, gente di montagna, schiva, operosa, tenace, ardita e costantemente legata alla natura. Ed a te Monte Vettore, splendido guardiano della Piana, rivolgo una carezza.
Ti amo Umbria mia.
Virginia Garagnani

Terre di Mezzo
terremoto3(…)
Sarà questa la patria spartiacque
dove tutto è possibile, ciò che è possibile
è questa la contea dove tornare,
con gli eredi, gli amanti fedeli, gli amici
la terra alta dei pastori snaturati
la terra meridiana, tappeti di timo
manutengoli di genziana, dove
è possibile ricostruire un paese
più civile, minoritario, a nostre spese
(…)
Andrea Giuli

Il bicchiere mezzo pieno
yurtaE’ vero che sono terremotato, che Villa d’Aria si è aperta come una rosa, ma è anche vero che non è crollata e che tutto è rimasto al suo posto. E soprattutto è vero che in giardino ho una yurta, la tenda mongola, dove ci faccio delle gran dormite perché mi sento al sicuro, anzi per la prima volta, quest’estate, mi sento in vacanza.
Ogni volta che dormo in tenda mi sento in vacanza, mi dà un senso di essenzialità e libertà. Ecco perché mi sento di difendere la tenda nei confronti di coloro che ci vorrebbero tutti in albergo.
L’albergo ha lo stesso paesaggio, è immobile e soprattutto è a grande rischio crolli. La tenda è incrollabile ed io, per quanto italiano, preferisco dormire là.
Maurizio Serafini

La Tegola
tegolaImmaginiamoci che su qualcuno di noi si abbatta una tegola. Forte e inaspettata. Troppo forte per essere immaginabile e razionalmente spiegabile.
La tegola non reclama ragionamenti. Lascia senza fiato.
Chi subisce una tegola è civilmente morto, uno zombie che cammina.
Chi subisce una tegola non ha bisogno: di polemiche, della spiegazione della causa della tegola, di fattori primari e secondari correlati alla tegola, di omesse premonizioni della tegola, di rimproveri di chi ne è all’origine, di ragionamenti, di sociologia spicciola “tegolare”, del discorso degli immigrati se aiutano o no sulla tegola, del futuro furto o dispendio di danaro originato dalla tegola, dell’imbarazzato silenzio verso la vittima, della malattia di protagonismo di chi esibisce il proprio personale attivismo “anti tegolare”, di disquisizioni se Dio sia burattinaio manovratore, vendicatore rabbioso, bonaccione che perdona tutto, architetto che geometrizza la terra, spettatore dall’alto disinteressato. Bene non è nulla di tutto questo.
Nella necrosi dell’anima si resetta tutto.
Il “perché proprio a me”, il “come è possibile” sono durati un secondo e subito risucchiati in un anfratto occulto del cervello, avendo comunque a che fare con una costruzione razionale incompatibile con gli effetti della tegola.
Sei tu e la tegola.
Imbarazzati che si danno alla fuga, sciacalli ed avvoltoi che ridono sono oggetto di mera percezione larvale esterna. In quel momento.
La tegola però rade al suolo il substrato di sentimenti come l’odio e la vendetta che non attecchiscono, rendendo la vittima refrattaria a queste manifestazioni.
Sei tu e la tegola.
Chi subisce una tegola ha bisogno: della presenza fisica, del conforto materiale e di quattro parole: sto pregando per te.
La grundnorm esistenziale dell’uomo è (dovrebbe essere) “pago io”.
Il popolo in carne ed ossa paga lui. E fortunatamente è molto maggiore e molto meglio di quello del web.
Francesco Donzelli

“Di niente”
terremoto2La macchina da presa lo riprende affacciato all’ingresso della tenda azzurra. Età sui 55, capelli bianchi, faccia rotonda.
L’intervistatrice di Porta a Porta di spalle esordisce: “Di cosa avete bisogno ora?”. La guarda in volto con aria dignitosa e risponde semplice: “Di niente”.
Senza paura, senza sarcasmo, senza toni di accusa espressi o velati. Dalla calata sembra di Arquata e dintorni – non amatriciano.
Lei insiste: “La sua casa?”.
E lui: “Persa, tutto perso”. Non aggiunge una lacrima né un sospiro, la voce non si incrina neanche un attimo.
Ecco, penso che se l’Italia si regge ancora – e se mai sopravviverà – lo si deve a gente come questa.
Carlo Befani


Tratte dai profili FB di questi ultimi giorni.

 

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